Monte Poro e l’insediamento rupestre di Zungri


La Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana (CNCA-SSI), avva-lendosi della collaborazione del Gruppi Speleologici “Cudinipuli” di Cosenza e “Le Grave” di Verzino (Provincia di Crotone), ha organizzato diversi campi spe-leologici in provincia di Vibo Valentia. Le ricerche svol-te durante i campi hanno riguardato alcune importan-ti cavità presenti nell’altipiano del Poro, nei comuni di Zungri, Drapia e Vibo Valentia.

Il monte Poro, alle cui pendici è situato l’insediamento rupestre detto “degli Sbariati”, è un altipiano di modesta altitudine (raggiunge i 710 m s.l.m. ) che si eleva sulla costa tirrenica tra i fiumi Angitola, Mesima e le Serre Catanzaresi. Dal punto di vista geomorfologico, l’altipiano presenta prevalentemente un profilo ondulato caratterizzato da pendii dolci e terrazzamenti coltivati. Il cuore dell’alti-piano è costituito da profonde e impervie valli fluviali di grande interesse ambientalistico e storico.

Il territorio del Poro è ricco di testimonianze storiche. I numerosi ritrovamenti attestano la presenza dell’uomo e l’esistenza di un’importante industria litica sin dal Paleolitico inferiore. In ben trenta siti diversi sono stati rinvenuti molti chopper realizzati in granito, quarzite e quarzo bianco databili al Paleolitico Inferiore, men-tre pochi sono i rinvenimenti di utensili appartenenti all’industria aucheliana. Al Paleolitico Medio risalgo-no un frammento di cranio di un giovane individuo appartenente alla specie Homo Neanderthalensis ed alcuni strumenti (frecce e raschiatoi) tipici dell’industria litica musteriana. In epoca più tarda (Paleolitico superiore), sono state realizzate le numerose lame in selce ritrovate in località Torre Galli del comune di Drapia (VV). Pochi sono i ritrovamenti in ceramica risalenti al Neolitico, molteplici invece le testimonianze dell’età del rame, soprattutto resti di villaggi e sepolture a grotticella e a fosso. All’età del bronzo appartengono i resti di ceramica decorati con motivi a triangolo e crocette rinvenuti a Zungri (VV) e i vasi con pareti concave ritrovati nel comune di Cessaniti. Circa dieci sono gli insediamenti dell’età del ferro individuati; quasi tutti sorgevano, per esigenze difensive, su pianori sopraelevati tra essi il più importante si trova in località Mesiano nel comune di Filandari (VV). Nell’età del ferro l’altipiano fu abitato da una popolazione indigena che raggiunse livelli di organizzazione sociale molto elevata, come testimoniano i pregevoli corredi funerari presenti nelle tombe scavate da Paolo Orsi tra il 1922 e il 1923 in località Torre Galli del comune di Drapia (VV) (Pacciarelli & Rombolà, 2006).

L’area del Poro fu colonizzata dai magnogreci di Locri sul finire del VII sec a. C.. L’esigenza di estendere il dominio locrese su un sito strategicamente rile-vante e con un entroterra dall’importante vocazione agricola determinò la fondazione della sub colonia di Hipponion. Non ci sono evidenti prove che attestino la preesistenza di popolazioni indigene nel sito scelto dai locresi, tuttavia nelle necropoli greche scavate negli anni ‘80, sono stati rinvenuti strumenti litici di piccole dimensioni (all’esterno e a volte anche all’interno delle sepolture) di epoca sicuramente più tarda. Hipponion tentò di ribellarsi al dominio locrese nel V sec. a.C., per tale motivo fu rasa al suolo e successivamente ri-costruita grazie all’aiuto di Cartagine. Nel IVsec. a. C. fu conquistata dai brettii che, escluso un breve periodo di dominazione siracusana, tennero la città per quasi due secoli. (D’Andrea & Florani, 2002).

Hipponion fu sconfitta e rasa al suolo dai romani nel II sec. a.C. e sui suoi resti fu fondata la colonia di Valentia nel 192 a.C. (secondo lo storico Livio). La città romana consolida in poco tempo il suo ruolo di mercato, si circonda d’insediamenti produttivi e villae e tale presenza è testimoniata da importanti resti. In località Grancara di Cessaniti (VV) è stato rinvenuto un palmento la cui datazione, in base al materiale ce-ramico ritrovato, si fa risalire al II sec. d. C.. In locali-tà S. Irene, nel comune di Briatico (VV), sono presenti i resti di in’impianto per l’itticoltura e la produzione di garum. Nello scoglio di fronte al promontorio di S. Irene sono scavate alcune vasche per l’allevamento del pesce e alcune strutture di servizio (D’Andrea & Florani, 2003).

Nel Medioevo, l’altipiano del Poro fu interessato delle migrazioni dei monaci italo-greci che vi stabilirono ere-mi e laure (Musolino, 2002). Nella raccolta “Rationes Decimarum Italie” del 1310 che riguarda il pagamento delle decime alla curia romana, è contenuto un docu-mento che fa riferimento alle chiese di S. Nicola e di S. Giovanni (entrambe di rito greco) e al monastero di S. Basilio presenti nei pressi di Mesiano (nel comune di Filandari). Il sito su cui sorgeva questo monastero non è stato ancora individuato con certezza. All’opera dei monaci italo-greci è attribuita la cavità artificiale detta “Grotta di San Leo” (“Santu Liu” in dialetto loca-le) situata nella frazione Caria del comune di Drapia (VV). Nel fondo Pezza Piccola nei pressi della frazione Vena Superiore di Vibo Valentia si trovano, inoltre, alcuni ipogei, tra i quali un ambiente di grandi dimensioni che la tradizione popolare lega alla figura di San Leoluca.

Inquadramento geologico

L’altipiano del Poro è costituito da un profondo sub-strato roccioso di tipo granitoide formatosi nell’era paleozoica. Tale strato costituisce “l’ossatura” dell’altipiano ed emerge solo in parte a meridione; nell’entroterra di Tropea (VV) e nei pressi della città di Vibo Valentia, mentre nel resto del territorio è ricoperto da depositi sedimentari detritici di origine marina: in prevalenza arenarie e conglomerati del miocene medio inferiore. Il territorio è quasi esclusivamente costituito da rocce di arenaria che soprattutto nelle val-late solcate dai corsi d’acqua assumono delle morfologie “a banchi” verticali e a “gradoni”. Le caratteristi-che meccaniche di tali rocce rendono questo territorio particolarmente adatto alla realizzazione di architetture “sottrattive”.

All’interno dei banchi si rinvengono frequentemente fossili risalenti al Miocene. Una cava abbandonata nel territorio comunale di Cessaniti (VV) è un importante giacimento paleontologico in cui prevalgono fossili di Heterostegina Papyracea, macrofossili di echinodermi del tipo Clypeaster. Sono stati ritrovati, inoltre, resti di sirenidi, balene, foraminiferi, denti di squali, coralli e vari mammiferi terrestri anche di notevoli dimensio-ni (Bagnato et al., 2000).

La speleologia nellarea del Poro

Il Poro è ricco di cavità ipogee (soprattutto artificiali, ma anche naturali) solo in parte studiate e rilevate. Tale ricchezza è dovuta a tre motivi fondamentali: le caratteristiche geologiche del territorio, il clima e la storia delle popolazioni che lo abitarono. Le cavità ar-tificiali note si trovano nei comuni di Vibo Valentia, Pizzo, Tropea, Drapia, Filadelfia, Zungri, Spilinga e Briatico. La maggiore concentrazione si registra nel territorio del comune di Zungri in cui ricadono l’in-sediamento rupestre detto degli “Sbariati” e l’ipogeo detto “Grotta di Trisulina”. Molte cavità sono legate alla presenza dei monaci italo-greci migrati a varie ondate dalle aree centrali dell’impero bizantino. Tra le cavità attribuite all’opera dei monaci italo-greci, è la Grotta di San Leo (“Santu Liu”) nella frazio-ne Caria del comune di Drapia (VV). Si tratta di una cavità artificiale scavata nell’arenaria e di modeste dimensioni. L’accesso alla cavità è molto difficile da individuare a causa del luogo impervio (uno strettovallone fluviale) e della fitta vegetazione. La cavità decorata da affreschi del XVI sec. in stile bizantino* che ritraggono soggetti religiosi ed è stata collegata dalla tradizione popolare alle vite dei Santi Leo e Leoluca (Musolino, 2002). Un’altra cavità artificiale abitata, sempre secondo la tradizione locale, da San Leoluca (vissuto nel IX-X sec. d.C.) è ubicata nei pres-si della frazione Vena Superiore del comune di Vibo Valentia (Musolino, 2002). Questa cavità, da noi battezzata “Galleria di Pezza Piccola” (num. cat. CA: CA21CbVV), è di notevoli dimensioni e in origine fu probabilmente una cava (tipologia E1). Secondo la testimonianza di alcuni anziani del posto, durante la seconda guerra mondiale fu utilizzata come deposito bellico e rifugio antiaereo.

Alle falde del Poro sono presenti numerose opere di captazione delle acque (tipologia A2) come pozzi e cunicoli sub orizzontali. In località S. Agata, nel comune di Drapia (VV) si trovano, a breve distanza tra loro, due interessanti opere di captazione: il “Cunicolo di S. Agata” (num. cat. CA22CbVV, fig. 2) ed il “Pozzo di S. Agata” (num. cat. CA23CbVV). Le trasformazioni climatiche e dell’idrologia superficiale e sotterranea hanno reso inutilizzabili alcune di queste opere.

Le ricognizioni speleologiche svolte durante i campi

Il primo campo speleologico in Cavità Artificiali (“Poro 2007”) si è svolto dal 5 al 7 Ottobre 2007. Lo scopo del campo è stato la ricognizione speleologica dell’altipiano. In particolare, l’attività dei partecipanti si è concentrata sulla documentazione e lo studio dell’insediamento rupestre “degli Sbariati” di Zungri (VV) e sulla verifica di alcune segnalazioni di cavità raccolte nei mesi precedenti. Per quanto riguarda l’attività di documentazione dell’insediamento rupestre, sono state censite, descritte e rilevate le principali cavità che lo costituiscono.

Le successive ricerche sono state volte a indagare la funzione e l’evoluzione delle cavità in relazione ai modi vita ed all’organizzazione socio-economica della comunità che le scavò ed abitò nei secoli passati. Le ricognizioni condotte sull’altipiano hanno permesso di individuare alcune importanti cavità (artificiali e na-turali) già note ma scarsamente documentate e altre completamente sconosciute ai più. Durante il campo è stata individuata, rilevata e documentata la cavità naturale conosciuta come “Grotta di S. Cristina” nel comune di Filandari (VV). I dati raccolti sono stati trasmessi al referente del Catasto Grotte della Calabria (SSI) che ha assegnato alla grotta l’identificativo: Cb 402.

Il secondo campo speleologico in Cavità Artificiali (“Poro 2008”) si è svolto dal 12 al 14 Settembre 2008 ed ha avuto lo scopo di approfondire la conoscenza del-l’insediamento rupestre di Zungri e delle altre cavità artificiali presenti nell’area del monte Poro. Le nuove esplorazioni hanno riguardato soprattutto le opere di captazione delle acque e la localizzazione delle sorgenti situate nei pressi dell’insediamento rupestre.

L’insediamento rupestre di Zungri (VV)

Nell’ambito delle ricerche svolte durante i campi, gli speleologi calabresi hanno dimostrato molto interesse nei confronti di un insediamento rupestre poco conosciuto, ma le cui potenzialità turistiche sono notevoli. L’insediamento rupestre “degli Sbariati” è situato nel-la valle della fiumara Malopara, in località Fossi, nel comune di Zungri (VV). Le cavità sono concentrate su un costone esposto a sud in una valle fluviale ricca di acque. L’insediamento è costituito da numerose cavità di origine antropica (al 100%) scavate nelle pareti a gradoni di arenaria. Tale morfologia ha consentito la realizzazione di terrazzamenti coltivabili e di un impianto insediativo a più livelli sovrapposti.

I primi studi sull’insediamento furono prodotti da alcuni ricercatori del Museo Archeologico di Nicotera nel 1983 (Musolino, 2002). Il litotipo su cui si sviluppa il sito è costituito da un’arenaria a prevalente cemento calcareo di origine presumibilmente biogenica e matrice varia. Il nucleo principale dell’insediamento, dopo un periodo di degrado e abbandono, è stato oggetto di lavori di bonifica e risistemazione voluti dall’amministrazione comunale. Fa parte dell’insediamento una rete di sentieri che collega le cavità con le sorgenti ed i terrazzamenti coltivati (oltre che tra di loro). In alcuni tratti i sentieri sono dotati di scale scolpite nell’arenaria e di cunette laterali per il deflusso delle acque superficiali . Le cavità, generalmente scavate in orizzontale rispetto al piano di campagna, sono costituite da uno o più ambienti tra loro comunicanti.Riguardo alla tipologia delle cavità è possibile riconoscere:

  • unità abitative (B1);
  • opifici (B3);
  • stalle (B6);
  • opere di captazione delle acque (A2)

Molte cavità presentano al loro interno alcuni arredi ricavati direttamente nell’arenaria, quali: nicchie di diverse forme e dimensioni, vasche, dispense e mangiatoie. Alcune cavità adibite a stalla (tipologia B6) presentano delle vasche di forma rettangolare dette “scifo” (forse dal greco skyphos, recipiente a tazza) ed utilizzate come mangiatoie. In alcuni casi le cavità presentano tracce di solai e di fori per l’alloggiamento di travi lungo le pareti perimetrali interne; ciò indica che erano suddivise in due piani sovrapposti. Probabilmente il piano inferiore era adibito a stalla e magazzino, mentre il piano superiore era adibito ad abitazione.

Tra gli opifici (tipologia B3) molto pregevoli sono i palmenti (cavità utilizzate per la spremitura dell’uva) dotati al loro interno di due vasche (scavate nell’arenaria) comunicanti tra di loro attraverso un canale. Nella prima vasca, solitamente con fondo piano (in lieve pendenza) e pianta rettangolare avveniva la pigiatura dell’uva, in seguito il mosto defluiva attraverso il canale nella vasca sottostante. Quest’ultima, di maggiore capacità rispetto alla prima, ha pianta di forma circolare o semicircolare ed è dotata di fondo concavo.

Nell’area dell’insediamento sono state individuate, inoltre, alcune fornaci per la produzione di calce dette “carcare” nel dialetto locale. Ciò testimonia la coesi-stenza, in un certo periodo temporale, tra l’insedia-mento rupestre e quello realizzato sub-divo.

La nascita e l’evoluzione dell’insediamento rupestre sono legate a un insieme di ragioni che hanno reso la scelta dell’abitare in cavità ipogee più “conveniente” rispetto all’abitare nelle strutture costruite (sub divo). Queste ragioni, come per altri siti rupestri, sono di natura ambientale, climatica ed economica. Il sito di Zungri fu scelto in base alle sue caratteristiche litolo-giche, alla ricchezza d’acqua ed alla fertilità del suolo. Le caratteristiche geomeccaniche delle rocce di arena-ria su cui si sviluppa il sito rupestre hanno reso il la-voro di scavo non particolarmente oneroso e attuabile con semplici strumenti. La fine granulometria, il buon grado di cementazione, la buona integrità struttura-le dei versanti rocciosi hanno permesso di realizzare, grazie ad opportuni accorgimenti architettonici, delle cavità autoportanti e dotate di un discreto isolamento termico.

In mancanza di scavi archeologici e di studi accurati l’epoca di realizzazione dell’insediamento rimane in-certa, tuttavia è ragionevole ipotizzare che un primo nucleo risalga al periodo che va dal IX sec. all’XI sec. e che fu scavato da coloni bizantini. Nel corso dei secoli, sino al dopoguerra, gli ambienti sono stati utilizzati e quindi sicuramente modificati in base alle esigenze delle epoche.

Le ricerche svolte sull’insediamento rupestre sono servite, ancora una volta, a confutare l’idea che vede il trogloditismo come un fenomeno di arretratezza e povertà. Il trogloditismo, nei paesi mediterranei, ha un’antica storia e dignità. Le abitazioni ipogee rappresentano un esempio perfetto di adattamento di una comunità alle caratteristiche del territorio e rispondono a precise necessità storiche.

L’articolo è stato estratto dall’articolo di Luigi Manna pubblicato su OPERA IPOGEA 2/2009

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